Addio al processo per l’omicidio di Sara Campanella: il killer si suicida, e ora lo Stato può pagare i suoi eredi

Una tragedia nella tragedia. Uno squarcio nell’anima della giustizia italiana. A cinque mesi dall’omicidio brutale di Sara Campanella, la giovane di 22 anni uccisa dal suo ex compagno Stefano Argentino, il dramma si consuma ancora, stavolta dietro le sbarre. Mercoledì mattina, il 27enne reo confesso si è tolto la vita nel carcere di Gazzi, impiccandosi nella sua cella. Ora la Procura di Messina ha disposto il sequestro della salma e ordinato l’autopsia. Un’inchiesta è stata aperta, ma al momento senza ipotesi di reato né indagati.

Una morte annunciata?

Gli inquirenti, coordinati dal procuratore Antonio D’Amato, vogliono far luce su ogni dettaglio. Al centro delle indagini c’è la decisione, presa all’interno dell’istituto penitenziario, di ridurre il livello di sorveglianza su Argentino. Una scelta maturata, secondo quanto si apprende, dopo una perizia medica. Ma nessuno ha informato la difesa.

«Lo abbiamo saputo solo ieri. Non ci hanno comunicato nulla», denuncia l’avvocato Giuseppe Cultrera, legale del detenuto. «Era prima solo in cella, poi con un altro detenuto, infine erano in quattro. Era seguito da uno psicologo e da uno psichiatra. Ora vogliamo sapere perché nessuno ha vigilato come si doveva». Per ora, però, nessuna denuncia: «Aspettiamo la documentazione e che i genitori si riprendano almeno un po’. Ma non lasceremo che tutto finisca così, sotto silenzio».

La beffa giudiziaria: nessun processo, nessun risarcimento per la famiglia di Sara 

Il 10 settembre avrebbe dovuto aprirsi il processo davanti alla Corte d’Assise. Ma con la morte dell’imputato, il procedimento penale si chiude: mors rei, come recita il codice. Il reato si estingue con la morte dell’autore. Fine delle udienze, fine della giustizia processuale. E, soprattutto, fine delle speranze per la famiglia Campanella di ottenere un risarcimento da parte dell’assassino o dei suoi familiari.

L’unico spiraglio? Un fondo statale per le vittime di reati intenzionali violenti. Un indennizzo fisso: 50mila euro. Una cifra irrisoria se paragonata all’orrore vissuto, alla vita spezzata di una giovane donna. «Un ristoro simbolico – spiega l’avvocato Guido Stampanoni Bassi, esperto in diritto penale – ma lontano anni luce dal valore umano e morale di ciò che è stato perduto».

Il paradosso: potrebbe essere risarcita la famiglia del Killer 

In un paradosso giuridico che lascia attoniti, la legge prevede ora che sia la famiglia del detenuto suicida a poter avanzare una richiesta di risarcimento allo Stato per omessa vigilanza. «Lo Stato ha il dovere di tutelare la vita di chi è sotto custodia – continua Stampanoni Bassi – e la mancata prevenzione di un suicidio in carcere può configurare responsabilità civile o penale dell’amministrazione penitenziaria, indipendentemente dal crimine commesso».

Così, mentre i genitori di Sara piangono la loro figlia senza avere diritto a un processo, senza la possibilità concreta di ottenere giustizia, i familiari di chi le ha tolto la vita potrebbero essere risarciti dallo Stato.

Un cortocircuito etico e giudiziario

L’ipotesi che lo Stato debba rispondere per non aver protetto un assassino di fronte all’opinione pubblica rischia di diventare una ferita insanabile. «In teoriaaggiunge il legale i familiari della vittima potrebbero citare in giudizio quelli del colpevole. Ma solo se accettassero l’eredità. Altrimenti anche questa via si chiude».

Un capolavoro dell’ingiustizia: la legge, per come è scritta, finisce per tradire la sua funzione più nobile, quella di tutelare chi ha subito il male più grande.

Due famiglie distrutte, ma una sola senza risposte

Il suicidio di Stefano Argentino non cancella il delitto. Ma spegne sul nascere la possibilità di fare piena luce nei tribunali. Due famiglie sono a pezzi. Ma una, quella di Sara, rischia di rimanere sola, dimenticata, senza colpevoli, senza voce, senza giustizia.

E intanto, tra le mura di un carcere, è calato il silenzio. Un silenzio che pesa come una condanna.

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