C’è un momento in cui il dolore più grande può trasformarsi in un atto di luce.
È quanto accaduto all’ospedale “Cimino” di Termini Imerese, dove un gesto di straordinaria consapevolezza ha reso possibile un prelievo multiorgano da un paziente in morte cerebrale che, in vita, aveva scelto di donare.
Una decisione lucida, presa quando tutto sembrava lontano, che oggi si traduce in nuove possibilità di vita per altri. Un filo invisibile che lega la fine di un’esistenza alla rinascita di più storie.
Dopo il periodo di osservazione previsto dalla normativa, la morte cerebrale è stata accertata dal collegio medico composto dal direttore sanitario di presidio Giuseppa Rudisi, dal neurologo Giacomo Fisco e dall’anestesista-rianimatore Giuseppe Galante, con il supporto tecnico di Barbara Rizzo. Un passaggio delicato, scandito da rigore scientifico ma anche da profondo rispetto umano.
Le operazioni si sono svolte in un clima di grande professionalità e silenziosa partecipazione. Accanto all’équipe, il responsabile aziendale per i prelievi d’organo Calogero Bellia, in stretta collaborazione con il Centro Regionale Trapianti e sotto il coordinamento del direttore sanitario aziendale Antonino Levita.
Il prelievo di fegato e reni è stato eseguito dai chirurghi dell’ISMETT, affiancati dal personale dell’ospedale Cimino: medici, infermieri e operatori che, con competenza e umanità, hanno accompagnato ogni fase dell’intervento. Un lavoro corale, fatto di gesti precisi e di responsabilità condivisa.
Ma al centro di tutto resta quella scelta: dire “sì” alla donazione. Un sì che supera la paura, che guarda oltre, che diventa dono puro.
“La donazione degli organi rappresenta uno degli atti più alti di altruismo e civiltà – ha sottolineato il direttore sanitario dell’ASP di Palermo, Antonino Levita –. Grazie alla volontà espressa in vita dal donatore, oggi è stato possibile offrire una concreta speranza ad altri pazienti”.
Parole che raccontano una verità semplice e potente: anche nella perdita, può nascere qualcosa di profondamente umano. Un gesto che non cancella il dolore, ma lo trasforma. E che, in silenzio, continua a far battere la vita altrove.


