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“Qui l’umanità non è mai ‘troppo’”: la lezione di civiltà di “Tocca a Tia” dopo l’ennesimo episodio di intolleranza

Una recensione online può diventare lo specchio di un Paese. E quella comparsa nelle ultime ore contro Tocca a Tia, locale sociale di Termini Imerese, racconta ancora una volta quanto il razzismo quotidiano continui a nascondersi dietro formule ipocrite e apparentemente innocue.

“Premetto che non sono razzista, ma due persone di colore all’interno del locale, di cui una per terra sul tappetino a recitare le preghiere alle 19:30, mi sembra un po’ troppo.”

Parole pesanti, che trasformano la semplice presenza di persone straniere e un momento di preghiera in qualcosa di “eccessivo”, quasi disturbante. Ma la risposta arrivata dal locale è stata forte, elegante e profondamente civile.

“Tocca a Tia” ha deciso di pubblicare quella recensione senza nascondersi, spiegando pubblicamente la propria identità e la propria missione sociale. Perché quel ristorante non è soltanto un’attività commerciale: è un progetto della cooperativa sociale Novi Familia, nato per creare inclusione, lavoro e futuro per minori stranieri non accompagnati e giovani in difficoltà.

Una realtà che da anni opera sul territorio siciliano attraverso percorsi educativi e sociali rivolti a ragazzi vulnerabili, molti dei quali arrivati in Italia da soli, spesso dopo esperienze traumatiche. Nel bilancio sociale della cooperativa, “Tocca a Tia” viene definito “un ristorante con le porte aperte al mondo”, un luogo in cui cucina, integrazione e dignità si incontrano ogni giorno.

Dietro ogni piatto servito, infatti, c’è un progetto educativo concreto: formazione professionale, inserimento lavorativo e autonomia personale. Non assistenzialismo, ma opportunità.

Ed è proprio questo che rende ancora più grave il contenuto della recensione: perché a essere colpito non è soltanto un locale, ma un’intera idea di società inclusiva.

Nel messaggio pubblicato sui social, la cooperativa risponde con parole che dovrebbero essere ovvie in un Paese democratico:
Può capitare di vedere un ragazzo pregare. Può capitare di sentire accenti diversi, vedere colori della pelle diversi, culture diverse. Per noi non è troppo. Per noi è normalità. È umanità.”

Una presa di posizione chiara, che arriva peraltro dopo mesi difficili. Qualche tempo fa, infatti, la realtà di “Tocca a Tia” era già stata colpita da un gesto vandalico che aveva suscitato indignazione e solidarietà sul territorio. Un episodio che aveva ferito non soltanto un’attività commerciale, ma un presidio sociale diventato negli anni simbolo di accoglienza e integrazione.

Eppure, nonostante gli attacchi, la cooperativa continua a portare avanti il proprio lavoro con determinazione. Nel locale lavorano e si formano giovani provenienti da contesti diversi, uniti dall’idea che il lavoro possa diventare strumento di riscatto e inclusione reale.

È questo, probabilmente, a infastidire ancora qualcuno: vedere l’integrazione funzionare davvero.

Perché il problema non è una preghiera silenziosa recitata su un tappetino. Il problema è lo sguardo di chi considera ancora “troppo” la semplice convivenza tra culture differenti.

La vicenda di Tocca a Tia racconta invece un’altra Italia: quella che accoglie, forma, costruisce ponti e restituisce dignità attraverso il lavoro. Un’Italia che non usa l’inclusione come slogan pubblicitario, ma la pratica ogni giorno, tra tavoli apparecchiati, cucine accese e storie di vita che cercano una seconda possibilità.

E forse è proprio questo il messaggio più importante lasciato da questa storia: l’umanità non è mai “troppo”. Lo diventano, semmai, l’intolleranza e la paura del diverso.
 

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